Dopo dodici anni trascorsi da solo, ho trovato il coraggio di lasciare entrare nella mia vita una donna che sembrava aver conosciuto la stessa solitudine

Dopo dodici anni trascorsi da solo, ho trovato il coraggio di lasciare entrare nella mia vita una donna che sembrava aver conosciuto la stessa solitudine. Dopo poche settimane, però, ho iniziato a notare qualcosa di strano.

Alla fine ho capito che lo strano ero io.

Mi chiamo Lorenzo, ho cinquantaquattro anni e vivo solo in un appartamento alla periferia di Bologna. La mia solitudine non nacque da una grande decisione. Arrivò gradualmente: il divorzio difficile da Francesca, gli anni in cui non avevo voglia di conoscere nessuno e poi l’abitudine.

L’abitudine è più insidiosa della tristezza. La tristezza fa male. L’abitudine ti convince che quella sia semplicemente la tua vita.

Lavoro come manutentore in una clinica. Mi alzo alle sei, bevo il caffè, ascolto le notizie, lavoro, torno a casa, preparo qualcosa di semplice e alle dieci e mezza sono già a letto.

Giorni ordinati. Prevedibili. Sicuri.

Non ero infelice. Ma avvertivo un vuoto costante, come un rubinetto che perde in un’altra stanza. Dopo un po’ non lo senti più, però continua a gocciolare.

Ho conosciuto Anna durante un corso serale di fotografia. Aveva cinquantuno anni, lavorava in uno studio fiscale ed era separata da tempo. Alla fine della prima lezione siamo rimasti entrambi perché non riuscivamo a impostare correttamente le macchine fotografiche.

Quella sera ho riso più che negli ultimi mesi.

Abbiamo preso un caffè. Poi un altro. Alla terza settimana l’ho invitata al cinema.

È arrivata con un cappotto verde e un sorriso che ho notato da lontano. La serata è stata semplice e piacevole.

Poi sono cominciati i problemi.

Se mi mandava un messaggio e io non potevo rispondere immediatamente, mi agitavo. Se arrivava con cinque minuti di ritardo, pensavo che stesse cambiando idea. Se per un giorno non mi cercava per prima, immaginavo che il suo interesse fosse già finito.

Un pomeriggio mi mandò un vocale.

— Questa settimana ho molto lavoro. Forse riusciremo a vederci soltanto venerdì.

Era un messaggio normale.

Io rimasi dieci minuti con il telefono in mano. Scrissi e cancellai diverse risposte. Alla fine mandai:

«Nessun problema. Quando puoi.»

Ma per me era diventato un problema enorme.

Perché non giovedì? Aveva già un appuntamento? Si stava stancando di me?

Alla cena successiva analizzavo ogni parola. Anna se ne accorse.

— Va tutto bene?

— È il lavoro, — mentii.

La verità me la disse la mia amica Rossella.

— Sei solo da dodici anni. Hai imparato che stare solo è sicuro. Ora la vicinanza ti spaventa.

— Non sono spaventato.

— Tratti un ritardo di cinque minuti come un abbandono. Come lo chiami?

Tacqui.

La solitudine non mi aveva soltanto lasciato senza compagnia. Mi aveva insegnato che non aver bisogno di nessuno era una forma di protezione.

Telefonai ad Anna.

Ci incontrammo in un bar e le spiegai che lei non aveva fatto niente di sbagliato. Che stavo interpretando ogni distanza normale come il segnale di una futura perdita.

Mi guardò a lungo.

— Anch’io ho avuto paura all’inizio.

— E perché non me l’hai detto?

— Perché pensavo che sparire fosse meno onesto che continuare a vederti.

La conversazione fu scomoda. Non aveva nulla di cinematografico. Guardammo spesso il caffè invece di guardarci.

Ma avevo detto la verità su qualcosa che mi faceva vergognare e lei non era fuggita.

Continuiamo a vederci.

A volte mi agito ancora. A volte attribuisco significati a cose che non ne hanno. Ma ora riconosco quel meccanismo.

Ci sono persone che si abituano alla solitudine fino a non sapere più come aprire la porta a qualcuno.

Ma credo che possa cambiare.

Non basta desiderare una relazione. Bisogna anche imparare a tollerare l’incertezza che ogni relazione porta con sé.

Perché amare qualcuno significa accettare che quella persona possa ferirci.

Ma significa anche concederle la possibilità di restare.

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