Una cagnolina randagia lo seguiva ogni mattina. Un giorno gli lasciò ai piedi un cucciolo e lo condusse verso un segreto nascosto
La sveglia suonò alle sei e venti. Davide aprì gli occhi e ascoltò la pioggia battere contro il vetro.
Aveva quarantasette anni e viveva in un monolocale ammobiliato con mobili appartenuti a persone che non conosceva. Un letto stretto, un tavolo pieghevole, due sedie diverse.
Sulla mensola c’era la fotografia del figlio Matteo, scattata durante una vacanza al mare. Matteo aveva nove anni. Ora ne aveva diciannove e studiava in un’altra città.
Dopo la separazione, Davide aveva lasciato casa alla moglie e al bambino. All’inizio li vedeva ogni settimana. Poi il lavoro, le discussioni e la distanza avevano ridotto gli incontri.
Era diventato il padre che mandava denaro e messaggi prudenti.
Uscì con la borsa da lavoro. Era responsabile amministrativo in un’azienda di trasporti. I colleghi lo consideravano affidabile. Nessuno sapeva quanto gli pesasse tornare ogni sera nel silenzio.
La cagnolina apparve all’angolo.
Era color miele, con un orecchio piegato e una vecchia cintura usata come collare. Da settimane lo seguiva fino alla stazione.
— Non ho niente per te, — le ripeteva.
Lei manteneva la distanza e continuava.
Una collega, Teresa, gli aveva detto:
— Forse ti ha scelto.
— Un cane non sceglie uno sconosciuto.
— Le persone lo fanno continuamente.
Quella mattina la cagnolina camminava male. Teneva qualcosa in bocca.
Si avvicinò e depose davanti alle scarpe di Davide un cucciolo minuscolo, coperto di fango.
— No. Non puoi farmi questo.
Il cucciolo emise un suono debole.
La madre guardò Davide, poi voltò la testa verso un sottopassaggio abbandonato. Fece qualche passo e tornò indietro.
— Ce ne sono altri?
Davide chiamò l’ufficio e disse che aveva un’emergenza. Non mentiva.
Seguì la cagnolina dietro alcuni magazzini. Sotto una vecchia pedana trovò altri quattro cuccioli. Uno non si muoveva più. Gli altri erano freddi e affamati.
La madre aveva probabilmente portato fuori il più forte per cercare aiuto.
Davide si tolse il cappotto, sistemò i piccoli all’interno e chiamò un veterinario.
La cagnolina, che avrebbe poi chiamato Alba, aveva una ferita infetta sul collo. Il collare improvvisato era stretto e consumato. Il veterinario pensò che qualcuno l’avesse tenuta legata e poi abbandonata durante la gravidanza.
Tre cuccioli si ripresero rapidamente. Uno rimase in condizioni critiche.
— Deve essere nutrito ogni due ore, anche di notte, — spiegò la veterinaria.
Davide guardò l’orologio.
Per anni aveva sostenuto di non avere tempo per nulla che non fosse lavoro. Eppure, quella notte, rimase sveglio accanto a una scatola di cartone, scaldando latte e controllando il respiro del cucciolo.
Il problema successivo era il padrone di casa.
Il contratto vietava animali. Davide telefonò al proprietario, il signor Romano, preparandosi a una discussione.
— Un cane e quattro cuccioli? — ripeté l’uomo. — Lei vive in trenta metri quadrati.
— Solo finché non trovo delle famiglie.
— E la madre?
Davide guardò Alba, addormentata vicino alla scatola.
— Non lo so ancora.
Il signor Romano arrivò di persona. Era un uomo severo, sempre preoccupato per il parquet. Entrò, vide Alba che tentava di alzarsi per proteggere i piccoli e si fermò.
— Mia moglie salvava cani, — disse. — Io protestavo sempre.
Davide attese.
— Potete restare un mese. Poi ne riparliamo.
Le settimane successive cambiarono la sua vita. Portava i cuccioli dal veterinario, pubblicava annunci e controllava attentamente le famiglie interessate.
Non voleva che finissero legati a una catena.
Matteo vide una fotografia sui social e gli scrisse:
„Da quando hai dei cani?“
Davide rimase a guardare il messaggio.
„Da quando uno di loro ha deciso che ne avevo bisogno.“
Il figlio venne a trovarlo quel fine settimana.
All’inizio era impacciato. Non entrava in quel monolocale da anni. Poi uno dei cuccioli gli mordicchiò il laccio della scarpa e Matteo si mise a ridere.
— Questo lo voglio io.
— Nel dormitorio universitario non puoi.
— Mamma ha una casa con giardino.
L’ex moglie, sorprendentemente, accettò di adottarlo. Un altro cucciolo andò a Teresa, uno a una coppia di pensionati e il più debole rimase con Davide.
Lo chiamò Primo, perché era stato il primo che Alba gli aveva affidato.
Il signor Romano non chiese più che gli animali andassero via. Fece soltanto aggiungere una clausola sulle eventuali riparazioni.
Alba imparò lentamente a fidarsi. Aveva paura delle corde e degli uomini che alzavano la voce. Davide non la forzava. Si sedeva accanto a lei e aspettava.
Matteo cominciò a visitarlo più spesso. Non per i cani soltanto. Un giorno disse:
— Quando ero piccolo pensavo che il lavoro fosse più importante di me.
Davide non cercò scuse.
— Mi comportavo come se fosse così.
— Perché?
— Perché era più facile essere utile in ufficio che ammettere di non sapere come essere padre.
Matteo annuì. Non lo perdonò in quel momento, ma rimase a cena.
Un anno dopo Davide trovò un appartamento più grande, con un piccolo cortile. Si trasferì con Alba e Primo.
Il monolocale non gli mancò.
Non perché fosse brutto, ma perché aveva rappresentato il luogo in cui aspettava che la vita tornasse da sola.
La vita, invece, arrivò una mattina di pioggia, con quattro zampe stanche e un cucciolo tra i denti.
Alba non gli chiese di diventare un uomo diverso.
Gli affidò semplicemente qualcuno da proteggere.
E Davide scoprì che, prendendosi cura di loro, poteva finalmente smettere di abbandonare anche sé stesso.
