La torta rubata

Il Fiat 500X di Marco sobbalzava sul viale di ghiaia tra due filari di cipressi. Erano quasi le tre del pomeriggio e il sole di agosto picchiava sul tetto come un fabbro sull’incudine. Chiara si sventolava con un vecchio numero di «Grazia», guardando i bambini dallo specchietto retrovisore. Matteo e Alice, sette anni tutti e due, tenevano gli zainetti sulle ginocchia e non dicevano una parola. Sapevano già che aria tirava quando si andava «dalla nonna».

— Dai, Chiarì, non fare quella faccia — Marco mollò il volante con una mano e le strinse il ginocchio. — È solo per il weekend. Il babbo ha detto che la trave del fienile è marcia, dopo il temporale di ferragosto è entrata acqua dappertutto. Ha le balle di paglia da spostare, da solo non ce la fa.

— L’ultima volta era il muretto di cinta, e prima ancora il motore della Ape che perdeva olio. Marco, io sto in piedi da dieci giorni. Il catering per il matrimonio dei Rossi me lo sono sognata di notte, avevo le mani che tremavano dalla stanchezza mentre montavo la croquembouche. Volevo solo una domenica a letto.

— Ti aiuto io, lo giuro. Tu stai in veranda con i bambini, bevi un caffè, leggi una rivista. Mia madre ha fatto la torta di amarena, lo so che ti piace.

Alice tirò fuori dallo zainetto una bambola senza un occhio e la strinse al petto. Matteo guardava fuori dal finestrino la campagna toscana che correva via, i campi di girasoli, i casali color ocra. «Arriva anche la zia Vale?» chiese, senza voltarsi.

Marco trattenne il respiro un secondo di troppo. «Be’, sì, Valeria viene con Federico. È famiglia anche lei, no?»

Chiara non disse nulla. Si limitò ad appoggiare la nuca al poggiatesta e chiuse gli occhi. Famiglia. La zia Vale che arrivava in villa come una marchesa e passava il pomeriggio a lisciarsi le unghie e raccontare alla madre di Marco delle sue vacanze a Porto Cervo, mentre lei, Chiara, puliva i vetri della veranda. E suo figlio Federico, otto anni, quaranta chili di moccio e pretese. Il «principino», lo chiamava la nonna.

Il cancello in ferro battuto era aperto. La villa dei suoceri, in cima a una collina vicino a Montepulciano, sembrava uscita da una cartolina: edera sui muri, persiane verde scuro, un barbecue in muratura grande come una Fiat Panda. In giardino non c’era un filo d’erba fuori posto. A sinistra, sotto la tettoia, il fienile con il telone blu che svolazzava sui travicelli rotti.

Sul portico, la suocera li aspettava a braccia conserte. Agnese, sessantacinque anni, camicia di lino stirata di fresco, i capelli cotonati nel caschetto biondo che si faceva una volta a settimana dal parrucchiere a Chianciano. Non sorrise. Si asciugò le mani sul grembiule e guardò l’orologio al polso.

— Le tre e un quarto — disse, invece di buongiorno. — Pensavamo fossi arrivato per cena, Marco. Tuo padre è nel fienile da stamattina alle sette.

— Ciao, mamma — Marco la baciò sulla guancia, rapido. — Traffico sulla A1, c’era un incidente all’altezza di Valdichiana. Dov’è il babbo?

— A sistemare il danno, no? La Valeria e Federico sono qui da ieri sera. Federico ha aiutato il nonno con le balle di paglia. Un ometto, quello.

Chiara scese dalla macchina e aprì lo sportello posteriore. Matteo e Alice sgusciarono fuori e si appiccicarono alle sue gambe. Agnese squadrò i nipoti come si guarda una macchia sulla tovaglia. Nessun bacio, nessuna carezza. Poi il suo sguardo scivolò oltre la spalla di Chiara e il viso le si accese come una lampadina.

— Fede’! Amore della nonna, vieni qui!

Dalla porta-finestra del salotto uscì Federico, un bambino biondastro e massiccio con i calzoncini corti e una macchia di cioccolato sulla maglietta. Agnese gli corse incontro, lo prese per mano e lo trascinò verso l’ingresso. «Ho fatto la torta che ti piace, tesoro. Con le amarene del nostro albero. Solo per te.»

Alice strinse la gonna della mamma. «Anche a noi piace la torta di amarena», sussurrò. Ma nessuno la sentì.

— Allora, Chiara — Agnese si girò, senza mollare la mano del nipotino preferito. — Se sei qui, tanto vale che ti rendi utile. La Valeria ha passato la mattinata a lavare i pavimenti, è distrutta. C’è l’orto pieno di erbacce, le zucchine sono soffocate dai rovi. Prendi i guanti nella rimessa.

— Magari un bicchiere d’acqua prima? Siamo in viaggio da tre ore — Chiara cercò di tenere un tono pacato.

— L’acqua non si nega a nessuno, il rubinetto è lì — Agnese indicò la fontanella in ghisa vicino al garage. — Marco, vai da tuo padre, ha bisogno di te nel fienile. I bambini stiano in veranda, non portarli dentro che sporcano il cotto.

Marco guardò la moglie. Aprì la bocca, la richiuse. Prese i guanti da lavoro dal baule e si diresse verso il fienile senza dire una parola.

Chiara rimase immobile per un istante. Poi si chinò, baciò i figli sulla fronte e sussurrò: «State qui, amori. Torno presto». Prese i guanti dalla rimessa e andò verso l’orto.

L’orto era un forno. Le piante di pomodoro erano stente, le erbacce arrivavano alla vita. Chiara strappava rovi e gramigna con una rabbia che le faceva tremare le braccia. Ogni tanto dal portico arrivavano le risate di Valeria, il tintinnio dei cucchiaini nelle tazzine del caffè, la voce di Agnese che diceva «ancora un po’ di torta, Fede’, mangia che cresci». I suoi figli, seduti sulla panca di pietra vicino al forno a legna, si passavano una palla di gomma senza parlare. Nessuno aveva portato loro un bicchiere d’acqua. Né un caffè, né una fetta di torta.

Dopo due ore, Chiara si rialzò con la schiena a pezzi. Aveva le mani graffiate, i pantaloni di lino sporchi di terra rossa. Si sciacquò le braccia alla fontanella e andò verso la veranda. Voleva solo sedersi. Voleva un caffè. Voleva prendere i suoi figli e portarli via.

Il tavolo in veranda era apparecchiato con la tovaglia ricamata a mano. Al centro, un vassoio di ceramica di Deruta con i resti della torta di amarena. C’era un solo pezzo rimasto, piccolo, un po’ bruciacchiato sul bordo. Franco, il suocero, un uomo massiccio con le mani da scalpellino, sedeva a capotavola. Valeria giocherellava con il cucchiaino, guardando il cellulare. Federico, con la faccia sporca di marmellata, aveva davanti un piattino con due fette abbondanti.

— Posso prendere quella? — Alice si avvicinò al tavolo e allungò la mano verso l’ultimo pezzo di torta. Aveva una voce così esile che sembrava il pigolio di un passerotto.

Franco posò il coltello con cui stava tagliando un toscano. La sua mano, pesante e nodosa, afferrò il polso della bambina. Non con forza, ma con una decisione che non ammetteva repliche. Alice si immobilizzò.

— Franco, che fai? — Chiara fece un passo avanti.

Lui non la guardò nemmeno. Prese il pezzo di torta, quello piccolo e bruciacchiato, e lo depositò nel piatto di Federico.

— Mangia, ometto — disse, dando una pacca sulla spalla del ragazzino. — Tu sei dei nostri. Roba nostra.

Matteo, in piedi accanto alla sorella, strinse i pugni. Aveva le labbra serrate, gli occhi lucidi. «Anche noi siamo tuoi nipoti», disse. La sua voce era un filo.

Agnese posò la caffettiera sul marmo con un colpo secco. «Sì, bravo. E chi lo dice? Guardali, Franco. Magri, bianchi come lenzuola, con quegli occhi chiari. In famiglia nostra sono tutti scuri, robusti, di ceppo toscano. Valeria, Federico… sangue nostro. Questi due, mah. Sarà mica che Marco…»

Non finì la frase. Ma l’aveva finita lo stesso.

Chiara sentì un ronzio nelle orecchie. Il mondo intorno a lei divenne ovattato. Vide Alice che scoppiava a piangere, in silenzio, con le lacrime che le rigavano le guance sporche. Vide Matteo che fissava il nonno con un odio adulto, un odio che un bambino di sette anni non dovrebbe conoscere. Vide Marco, sulla porta della veranda, fermo, con le mani sporche di grasso, che guardava la scena senza aprire bocca. Non una parola. Niente.

Chiara fece due passi verso il tavolo. Non urlò. Non ruppe niente. Prese semplicemente il piattino di Federico, con le due fette di torta, e lo spostò di fronte a sé.

— Parliamo di sangue, Agnese — la sua voce era calma. Troppo calma. — Tuo marito dice «roba nostra». Parliamo di quello che è nostro e di quello che non lo è.

Si appoggiò con le mani al tavolo, piegandosi verso la suocera. Franco la guardava con sospetto, la ruga sulla fronte scavata come un solco in un campo d’inverno.

— Ti ricordi, Agnese, l’estate del ’95? Quando Franco era in Germania per sei mesi, a lavorare nel cantiere di Stoccarda, e tu sei rimasta qui con i bambini. C’era un restauratore, venuto da Siena per i lavori agli affreschi della Pieve di San Biagio. Un tipo alto, con i capelli color rame, gli occhi chiari come l’acqua del lago di Bolsena. Tutto il paese ne parlava. Dicevano che veniva qui in villa anche la sera tardi.

Il silenzio che seguì fu assordante. Lontano, un trattore rombava tra le vigne. Valeria smise di guardare il cellulare. La sua faccia era diventata pallida come la cera.

— Federico — continuò Chiara, indicando il bambino che masticava ancora, ignaro — ha gli stessi capelli color rame. E Valeria pure, ogni tanto le esce quel riflesso ramato che non c’entra niente con nessuno in questa famiglia. E gli occhi chiari. Proprio come i miei figli, guarda un po’.

— Stai mentendo — sibilò Agnese. La sua mano tremava, il cucchiaino cadde per terra con un tintinnio.

— Ah sì? — Chiara si voltò verso Franco. Lui era immobile, la presa sul sigaro stretta fino a sbiancare le nocche. — Fai il test del DNA, Franco. Fallo fare a Valeria. Poi ne riparliamo di chi è «roba nostra» e chi è «roba degli altri».

— Franco, è una bugia! Una pazza! È invidiosa perché suo figlio è un buono a nulla e Federico invece è sveglio! — Agnese si alzò in piedi, rovesciando la sedia.

Ma Franco non la guardava. Guardava Valeria. E Valeria non riusciva a sostenere il suo sguardo. Si passava la mano tra i capelli, fissamente, come se volesse strapparseli. Federico iniziò a piagnucolare: «Mamma, che succede?»

Marco fece un passo verso la moglie. «Chiara, calmati. Hai detto abbastanza. Stai distruggendo la mia famiglia».

Lei si girò. Lo guardò come si guarda un estraneo che ti ha urtato sul tram.

— La tua famiglia, Marco? La tua famiglia ha appena detto che i tuoi figli non sono tuoi. E tu non hai aperto bocca. Non una parola. Sei rimasto lì impalato come un palo della luce. Io non ho distrutto niente. Ho solo acceso la luce in una stanza dove tutti fingevano di non vedere lo sporco sotto il tappeto.

Prese i bambini per mano. Alice singhiozzava, Matteo aveva il mento che tremava. Chiara li strinse forte, uno a destra e uno a sinistra. «Andiamo via».

— Dammi le chiavi della macchina — disse a Marco, senza guardarlo.

Lui gliele porse. Meccanicamente. Come un automa. Aprì la bocca. «Io… non vengo. Devo restare. Devo capire».

— Non c’è niente da capire, Marco. C’è solo da scegliere. E tu l’hai già fatto.

Si mise al volante. Il motore si accese al primo colpo. Mentre la macchina sobbalzava sul viale di ghiaia, lontano, vide nello specchietto retrovisore Valeria che urlava contro la madre, Franco immobile come una statua di sale, Marco che si sedeva sul gradino del portico e si prendeva la testa tra le mani.

Guidò fino al primo bar sulla Statale. Si fermò. Comprò tre fette di torta della nonna, due cappuccini e una cioccolata calda. La signora alla cassa le sorrise: «Bei bambini. Gemelli, vero? Si assomigliano tanto a lei, hanno gli stessi occhi».

Chiara la ringraziò. Si sedettero a un tavolino all’aperto, sotto un ombrellone. I piccioni beccavano le briciole tra le gambe dei tavolini. Alice addentò la sua fetta di torta, finalmente, e un po’ di crema le finì sul naso. Matteo rise. Per la prima volta in tutto il giorno.

— Mamma — chiese Alice, leccandosi le dita — torneremo mai più in quella casa?

Chiara bevve un sorso di cappuccino. La schiuma le lasciò un baffo bianco sul labbro. «No, amore mio. Mai più. Quella casa non esiste più».

Il divorzio arrivò sei mesi dopo, rapido e indolore come un taglio netto. Marco non si presentò nemmeno all’udienza. Era troppo impegnato a cercare di ricomporre i pezzi di una famiglia che nel frattempo si era letteralmente sbranata. Franco aveva preteso il test del DNA. Valeria non era sua figlia. L’uomo, dopo una vita passata a parlare di «sangue nostro», ebbe un infarto e rimase su una sedia a rotelle. Non volle più vedere la moglie. Agnese si trasferì dalla figlia, ma Valeria la rispedì indietro nel giro di tre mesi, accusandola di averle rovinato la vita. La villa di Montepulciano fu messa in vendita.

Chiara lo venne a sapere da una conoscente incontrata al supermercato. Mentre ascoltava la storia, stava infilando nel carrello una vaschetta di amarene. Aveva aperto una piccola pasticceria nel centro di Arezzo, a due passi da Piazza Grande. «Dolci di Chiara», si chiamava. I bambini uscivano da scuola e venivano a fare i compiti nel retrobottega, tra il profumo della pasta frolla e quello della cannella.

Quella sera, a casa, preparò una torta di amarena. Alta, soffice, senza un angolo bruciato. La mise al centro del tavolo nuovo, quello rotondo con il piano in legno di recupero che aveva scelto da un artigiano della zona. Matteo e Alice si sedettero, le guance ancora arrossate per la doccia calda, i pigiami a righe.

— Chi la vuole, questa? — Chiara sollevò il coltello.

— Io! — urlarono tutti e due insieme, alzando i piatti.

Lei tagliò due fette abbondanti, le più belle, con le amarene intere in cima. Li guardò mangiare, ridere, litigare scherzosamente per l’ultima briciola. Si versò un bicchiere di Vin Santo e se lo portò alle labbra. Fuori dalla finestra, i tetti di Arezzo si accendevano di arancione al tramonto.

Non c’era più niente da dimostrare. Non c’era più nessun pezzo da elemosinare. Il piatto dei suoi figli era pieno, e quel sapore dolce-amaro sapeva di vittoria.

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