Ogni sera una pastora si fermava in mezzo alla strada e costringeva le auto a rallentare. Tutti la consideravano pericolosa, finché un uomo scoprì il motivo di quell’attesa

Ogni sera una pastora si fermava in mezzo alla strada e costringeva le auto a rallentare. Tutti la consideravano pericolosa, finché un uomo scoprì il motivo di quell’attesa

— Ancora lei! — gridò Teresa, frenando con forza.

L’auto si fermò a pochi centimetri da una grande cagnolina color miele che occupava il centro della strada.

— Mamma, non suonare! — disse sua figlia Elisa. — Guarda come ci fissa.

La pastora non sembrava spaventata. Rimase ferma per qualche secondo, poi tornò lentamente vicino al vecchio cancello di una casa abbandonata.

Era la quarta volta in un mese.

Nel piccolo paese di Collevento tutti conoscevano la cagnolina. Compariva ogni sera poco prima delle otto e si piazzava sulla strada principale. Alcuni automobilisti la evitavano, altri si fermavano a insultarla.

Al bar del paese il problema era diventato l’argomento preferito.

— Prima o poi provocherà un incidente, — ripeteva il proprietario.

— Non è aggressiva, — rispondeva la signora Carla. — Sta aspettando qualcuno.

Tra i clienti sedeva Matteo, un veterinario quarantenne che aveva affittato una casa in paese per allontanarsi dal traffico della città.

Anche lui aveva incontrato la cagnolina. Aveva notato che appariva sempre alla stessa ora e che reagiva in modo particolare al rumore dei furgoni bianchi.

— Di chi era? — chiese.

Carla abbassò la voce.

— Di Ernesto Bellini. Faceva il tecnico per una ditta elettrica. È morto undici mesi fa. Il furgone è uscito di strada durante un temporale.

— E la cagnolina?

— Si chiama Leda. I parenti non l’hanno voluta. Noi le diamo da mangiare, ma non entra in nessuna casa.

Quella sera Matteo arrivò alle sette e quaranta. Parcheggiò lontano e aspettò.

Leda uscì da dietro il cancello. Alle otto meno cinque sentì un motore e si mise al centro della strada. Un furgone rallentò. La cagnolina corse per qualche metro accanto al veicolo, poi tornò indietro con la testa bassa.

Matteo spense il motore.

— Leda.

La cagnolina si voltò di scatto.

Quando lui si inginocchiò, si avvicinò con cautela. Era magra e aveva il pelo opaco. Sotto la zampa anteriore c’era una ferita.

Matteo le offrì del cibo. Leda mangiò, ma continuò a guardare verso la curva.

Il giorno dopo cercò la vicina di Ernesto.

— Lui tornava sempre alle otto, — raccontò la donna. — Leda riconosceva il furgone da lontano. Correva sulla strada e lui si fermava per farla salire. Facevano gli ultimi cento metri insieme.

La sera dell’incidente, Leda aspettò fino a notte fonda.

Dopo il funerale non abbandonò più quella strada.

Matteo iniziò a raggiungerla ogni giorno. Le curò la zampa e portò acqua fresca. Tentò di condurla a casa con un guinzaglio, ma Leda si piantò a terra e si liberò quasi dal collare.

Non voleva lasciare il suo posto.

Matteo capì che trascinarla via avrebbe significato tradire l’unica cosa che ancora la legava a Ernesto.

Cominciò quindi a sedersi accanto a lei.

Ogni sera rimanevano sul margine della strada. Quando passava un furgone, Leda si alzava. Quando il rumore spariva, si sedeva di nuovo.

Dopo una settimana Matteo portò una vecchia coperta recuperata nella casa di Ernesto. Conservava ancora un odore familiare.

Leda la annusò a lungo e vi si sdraiò sopra.

Matteo sistemò la coperta nel bagagliaio della sua auto.

— Puoi venire con me. Domani, se vorrai, torneremo qui.

La cagnolina non salì.

La sera successiva lui ripeté il gesto.

Al quinto tentativo, Leda appoggiò una zampa sul paraurti. Poi si ritrasse.

All’ottavo, entrò completamente.

Matteo guidò fino a casa, lasciando il portone aperto. Leda esplorò il cortile, mangiò e dopo mezz’ora tornò verso la strada.

Matteo non la fermò.

La accompagnò.

Per due settimane vissero così: di giorno Leda riposava nel suo giardino, al tramonto tornava al cancello della vecchia casa.

Poi una sera accadde qualcosa.

Un bambino attraversò la strada inseguendo un pallone. Leda entrò sulla carreggiata e lo spinse verso il fossato un istante prima che arrivasse una motocicletta.

Il motociclista cadde senza conseguenze gravi, ma tutti compresero quanto fosse pericoloso lasciare la cagnolina libera vicino alla curva.

Il sindaco minacciò di farla portare al canile.

— Non è cattiva, — disse Matteo. — È intrappolata in un’abitudine.

Chiese alcuni giorni.

La mattina seguente recuperò dal deposito comunale il vecchio furgone di Ernesto, destinato alla demolizione. Con il permesso della famiglia lo fece trasportare vicino a casa sua.

Quando Leda vide il veicolo, cominciò a tremare. Girò intorno, annusò le ruote e appoggiò il muso contro la portiera.

Matteo aprì.

Sul sedile aveva messo la giacca da lavoro di Ernesto.

Leda salì e rimase lì per ore.

Quella sera non corse verso la strada.

Dormì dentro il furgone, con la testa sulla giacca.

Nei giorni successivi Matteo spostò gradualmente la coperta dal veicolo alla veranda. Leda iniziò a dormire vicino alla porta di casa.

Continuava a voltarsi quando sentiva un motore simile, ma non si precipitava più sulla carreggiata.

Un mese dopo, durante una passeggiata, passarono davanti al vecchio cancello. Leda si fermò, guardò la curva e rimase immobile.

Poi raggiunse Matteo.

Gli abitanti del paese dissero che il veterinario aveva „guarito“ la cagnolina.

Lui li correggeva:

— Non era malata. Aveva solo bisogno che qualcuno le spiegasse, con pazienza, che poteva continuare ad amare il suo padrone senza aspettarlo per sempre sulla strada.

Leda non sostituì Ernesto.

Nessuno avrebbe potuto farlo.

Ma imparò che un nuovo legame non cancella quello precedente.

Aggiunge semplicemente una porta aperta nel luogo dove prima c’era soltanto attesa.

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