La merenda nel sacchetto di carta

Per cinque anni ero andata a prendere mio nipote Alessio all’uscita di scuola. Ogni giorno, alle tredici e un quarto in punto, ero lì con il suo panino preferito nella borsa. E ieri me ne sono stata sotto il portone, l’ho visto arrivare in mezzo ai compagni e l’ho sentito dire: “No, quella non è mia nonna. È una vicina di casa”.

Sono rimasta impalata con in mano il sacchetto di carta. Dentro c’era la focaccia farcita con la mortadella, quella che gli piaceva dalla prima elementare. Le gambe mi tremavano. Alessio non mi ha nemmeno guardata. Ha tirato dritto insieme ai suoi amici, ridendo per un video sul telefono, e ha svoltato l’angolo di via San Frediano. Io sono rimasta lì, come un mobile vecchio che nessuno vuole più.

Tornando a casa ho tagliato per le mura. Saranno quindici minuti a piedi fino a via del Fosso, e di quel tragitto non ricordo niente. Niente. Sono entrata in cucina, ho appoggiato la focaccia sul marmo e mi sono seduta. Il caffè nella moka si è raffreddato prima che mi ricordassi di averlo messo sul fuoco.

Ho sessantotto anni e da cinque anni la mia vita ruota intorno a quel ragazzino. Da quando Alessio ha messo piede alle elementari, ero io quella che si piazzava davanti al cancello della scuola alle tredici e quindici. Sempre. Mia nuora Chiara fa i turni in farmacia in centro, mio figlio Marco è tecnico sulle piattaforme in Adriatico e torna a casa forse dieci giorni al mese. Qualcuno doveva pur pensarci. E quel qualcuno ero io, Antonietta, ex sarta con trentacinque anni di bottega, che invece di riposarmi dopo la pensione mi ero ritrovata con un secondo lavoro a tempo pieno: la nonna.

Non mi lamentavo. Davvero. Quando la mia amica Lucia partiva per le terme di Saturnia con la figlia, io accompagnavo Alessio a calcio. Quando la vicina del primo piano si faceva i fine settimana al mare col marito, io preparavo la pizza per cena e lo aiutavo a fare le divisioni a due cifre. Lo facevo col cuore leggero. Perché quando quel bambino mi prendeva la mano e diceva “nonna, la tua crostata è la più buona del mondo”, le terme potevano aspettare.

Solo che quel bambino a settembre ha compiuto undici anni. E a quanto pare io ho smesso di essere sua nonna. Sono diventata “una vicina di casa”.

La sera ha telefonato Chiara. Tutta di corsa, come sempre, col sottofondo del registratore di cassa e lo sciacquio dell’acqua.

“Antonietta, tutto bene? Alessio ha detto che oggi non l’hai preso”.

Mi è mancato il fiato.

“Ero a scuola – ho detto piano –. Ero proprio davanti al cancello. Mi ha vista”.

“Che strano, ha detto che è tornato da solo con gli amici e il bidello li ha fatti uscire. Forse non vi siete incrociate”.

Non l’ho contraddetta. Potevo dirle quello che avevo sentito. Ma non l’ho fatto. Perché certe parole, dette a voce alta, fanno ancora più male. “Forse non ci siamo incrociate” ho ripetuto in automatico.

Per tre giorni sono tornata sotto quel portone. Puntuale. Stringevo il sacchetto in mano e aspettavo. Alessio usciva, biascicava un “ciao nonna” tirato via, prendeva la focaccia e se ne andava. Nessun amico attorno. Ho pensato che forse era stato un colpo di testa. Che forse avevo capito male. Che magari voleva fare il duro davanti agli altri. I ragazzi di quell’età fanno così, no?

Ma giovedì ho preso il telefono e ho chiamato Lucia, quella delle terme.

“Lucia, dimmi la verità – ho cominciato –. I tuoi nipoti si vergognano di te?”.

Lucia è rimasta in silenzio un attimo.

“Antonietta, io i miei nipoti li vedo due domeniche al mese. Loro mi conoscono appena. Tu sei quella che gli ha dato tutto. Perché me lo chiedi?”.

Gliel’ho raccontato. Parola per parola. “Quella non è mia nonna, è una vicina di casa”. Lucia ha sospirato.

“Senti, non c’entri tu. C’entra lui. Ha undici anni, vuole fare l’adulto, e una nonna con la focaccia in mano sotto il portone è una figura da sfigati. Mio figlio a quell’età faceva finta di non conoscere suo padre perché portava i baffi come Bud Spencer”.

Ho riso, ma è stato un riso secco. Un conto è uno scherzo sui baffi, un conto è rinnegare qualcuno. Non dire “è mia nonna, un po’ appiccicosa”. Ma “è una vicina di casa”. Come se non fossi niente.

Venerdì mattina Chiara ha chiamato presto.

“Antonietta, senti, Alessio ha detto che vuole tornare da scuola da solo. Che è grande. Forse ha ragione. In quinta elementare tanti vanno già da soli”.

Nella sua voce ho sentito qualcos’altro. Come se sapesse più di quanto diceva. Come se Alessio le avesse raccontato la sua versione. Quella dove la nonna è il problema.

“D’accordo – ho detto –. Che torni da solo”.

“Sicura che non ti dispiace? Perché io posso parlarci…”.

“No, Chiara. Che torni da solo. Ha undici anni”.

Ho messo giù e mi sono seduta sul divano. In salotto c’è la foto di Alessio il giorno della Prima Comunione: io col tailleur blu, lui con la camicia bianca, mi tiene la mano e sorride con un buco al posto dell’incisivo. Due anni fa. Due anni che sembrano venti.

Nel fine settimana ho messo a posto i cassetti. Uno dopo l’altro. Ho trovato un disegno di Alessio di quando faceva la seconda: “La mia famiglia”. Aveva disegnato una casa, la mamma, il papà e me. Sotto la mia figura, a lettere incollate: NONNA ANTONIETTA. L’ho messo sul mobiletto del corridoio, vicino alla campana di vetro che mi hanno regalato quando ho chiuso la bottega.

Lunedì, alle tredici e quindici, stavo in casa. Non sono andata a scuola. Mi sono fatta il caffè e ho tagliato una fetta di crostata che avevo preparato la mattina per abitudine, perché il lunedì la facevo sempre, così martedì Alessio aveva la merenda pronta.

Alle due meno un quarto è suonato il campanello.

“Nonna? Sei in casa?”. La voce di Alessio, col fiatone, come se avesse corso.

Ho schiacciato il pulsante. L’ho sentito salire le scale di corsa fino al secondo piano, ha spinto la porta che avevo lasciato accostata.

“Nonna, perché non sei venuta?”.

Se ne stava in corridoio con lo zaino sbilenco su una spalla, ed era uguale a Marco quando aveva la sua età. Gli stessi occhi. La stessa smorfia quando non capiva qualcosa.

“Tua madre ha detto che volevi tornare da solo” ho risposto senza alzare la voce.

“Sì, ma…”. Si è fermato. Ha posato lo zaino, è entrato in cucina, ha visto la crostata sul tagliere. “Ah, l’hai fatta?”.

Si è seduto e ha cominciato a mangiare. In silenzio. Io me ne stavo appoggiata allo stipite a guardarlo. E all’improvviso, con la bocca piena, ha detto:

“Nonna, i panini puoi darmeli la mattina, ok? Così li metto nello zaino. Perché sotto scuola… ecco, hai capito”.

Ha preso un’altra fetta di crostata, ha tirato fuori il telefono e si è messo a scrollare qualcosa. Come se niente fosse. Come se “è una vicina di casa” non fosse mai uscito dalla sua bocca. Come se quelle parole non si fossero piantate dentro di me come una scheggia che senti ogni volta che ti muovi.

A sera ho lavato il piattino della crostata. Ho pulito il marmo. Ho guardato il disegno sul mobiletto: NONNA ANTONIETTA. Ho pensato che forse avrei dovuto rimetterlo nel cassetto. Ma non l’ho fatto.

La mattina dopo mi sono alzata alle sei. Ho tagliato due fette di pane fresco, le ho farcite con la mortadella, le ho infilate in un sacchetto di carta e poco prima delle sette ero sotto casa di Chiara. Non ho suonato. L’ho lasciato sotto lo zerbino e sono tornata a casa. Non so se adesso andrà meglio. Non so se il punto siano i panini oppure no. So solo che alle tredici e quindici le mani mi vanno ancora da sole verso la giacca e le chiavi, e io devo fermarle.

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