# Trent'anni dopo
Aveva sette anni quando sua madre lo lasciò all'orfanotrofio. Ricordava il viaggio in corriera: ottanta chilometri di curve tra i colli umbri, la fronte appoggiata al vetro freddo, il fagotto con due camicie e un paio di pantaloni corti. Lei non disse una parola per tutto il tragitto. All'ingresso, suor Teresa prese il fagotto, scrisse qualcosa su un registro. Poi la madre si chinò, gli diede un bacio asciutto sulla fronte e se ne andò. Lui corse alla finestra del corridoio. L'ultima immagine fu la sua schiena, dritta dentro un cappotto grigio, che si allontanava verso la fermata.
Non venne mai. Non a Natale, quando gli altri bambini ricevevano pacchi e lui restava in dormitorio a contare le crepe sul soffitto. Non al suo compleanno, otto, nove, dieci anni. Non alle feste della scuola. Niente lettere, niente pacchi, niente telefonate. All'inizio chiedeva alle suore: "Quando arriva mia mamma?" Loro rispondevano: "È occupata, verrà più avanti". Poi smise di chiedere. A dodici anni, i più grandi gli rubarono il pane che la cuoca gli aveva dato di nascosto. Lui si buttò addosso a loro, prese un pugno sul naso, non pianse. Si asciugò il sangue con la manica e tornò a colpire. Il pane non lo mollò.
Studiava perché aveva capito che era l'unico biglietto per uscire da lì. Finì l'istituto con la lode. Andò in città, si iscrisse all'università, lavorava di notte come magazziniere, la mattina seguiva le lezioni. Magro, nervoso, con gli occhi sempre accesi dalla fame, andava avanti. A trent'anni aprì una piccola impresa edile. Poi un'altra, di forniture. A quaranta possedeva una rete di negozi di materiali per l'edilizia in tutta la regione. Viveva in una villa sul lago Trasimeno, con un portico in pietra e un giardino di ulivi. Non si era sposato. Non si fidava di nessuno.
Un pomeriggio di novembre bussarono alla porta. Aprì lui stesso. Sul gradino stava una donna vecchia, alta, curva, con un cappotto beige di due taglie più grande e una borsa di plastica consumata. Il viso era scavato, le mani tremavano. Ma gli occhi — quelli li riconobbe subito. Erano gli stessi, scuri, profondi. Sua madre.
— Ciao, Marco — disse lei, con una voce roca.
Lui rimase fermo, la guardò.
— Posso entrare?
Fece un passo indietro. Lei entrò, incerta, guardandosi intorno. Il pavimento in cotto, la scala di legno, il camino spento. Sul tavolino c'era una tazzina di caffè ormai freddo, accanto a un giornale aperto sulle pagine sportive.
Si sedette sul bordo della sedia, senza togliersi il cappotto. Teneva le mani intrecciate in grembo, con le nocche bianche.
— Vuoi un caffè? — chiese lui.
— No, grazie. Devo chiederti una cosa.
Lui si sedette di fronte. Aspettò.
— Mi servono soldi. Tanti.
— Quanti?
— Sessantacinquemila euro. Il tetto perde, la stufa è rotta, ho dei debiti con la banca. Non ho nessun altro.
Sessantacinquemila. Per lui era una cifra da niente, un weekend fuori. Ma non erano i soldi il problema. Lui si alzò, andò alla cassaforte nell'angolo dello studio. Prese una mazzetta di banconote nuove, ancora nella fascetta della banca. La posò sul tavolo, davanti a lei. Lei allungò la mano.
— Aspetta — disse lui.
Aprì un cassetto, tirò fuori una cartellina trasparente, ne estrasse un foglio scritto a mano, pieno di numeri. Lo mise accanto ai soldi.
— Cos'è?
— Il conto.
— Che conto?
— Degli ultimi trent'anni. Mi hai lasciato a sette anni. Per dieci anni lo Stato ha pagato per me: vitto, alloggio, vestiti, scuola. Ho fatto i calcoli, con gli interessi e l'inflazione. In più ho aggiunto il danno morale. Il totale è ottocentocinquantamila euro.
Lei sgranò gli occhi. Guardò il foglio, poi i soldi, poi di nuovo il foglio.
— Quindi — continuò lui — non sono io a doverti sessantacinquemila. Sei tu che mi devi settecentottantacinquemila. Propongo una cosa: io riprendo i miei soldi, e tu, a saldo parziale, mi intesti la tua casa al paese. Quella dove mi hai abbandonato. D'accordo?
Nella stanza non si sentiva più nulla, solo il rubinetto della cucina che gocciolava e il ticchettio dell'orologio a muro. Lei fissò il foglio, poi lui.
— Stai scherzando?
— No. È contabilità. Sei venuta per soldi? Parliamo di affari.
— Ti ho partorito — disse lei, la voce che si spezzava. — Nove mesi. Doglie. E tu mi parli di contabilità?
Lui non rispose. Andò alla finestra. Fuori, il cane dei vicini correva sul prato. Il vento piegava i rami degli ulivi. L'acqua del lago era grigia.
— Marco — riprese lei — non potevo. Ero sola. Senza marito, senza casa, lavoravo in nero per due lire. Pensavo che all'orfanotrofio stavi meglio. Al caldo, con un piatto di minestra tutti i giorni.
— Meglio — ripeté lui, senza voltarsi. — Sai cosa mi facevano i più grandi? Mi picchiavano, mi rubavano il cibo. Piangevo di notte, con la faccia nel cuscino, e aspettavo te. Ogni Natale. Ogni compleanno. Dieci anni, mamma. Dieci anni.
— Avevo paura — mormorò lei. — Paura che mi chiedessi perché ti avevo lasciato. E io non sapevo cosa rispondere. Non lo sapevo.
Lui si voltò. Il viso di lei era bagnato. Le lacrime scendevano lungo le rughe, si fermavano sul mento. Il cappotto era tutto storto. Sembrava una mendicante. Eppure restava un'estranea.
— Sai qual è la cosa peggiore? — disse lui. — Non sono arrabbiato. Non più. La rabbia è passata da un pezzo, a vent'anni ero già stanco. Semplicemente non so chi sei. Non mi ricordo di te. Ricordo solo la schiena, dritta in un cappotto grigio, che se ne andava per il corridoio. Tutto qui. Per trent'anni ho avuto davanti solo quella schiena. E ora sei qui, e io ti guardo e non capisco cosa vuoi. Soldi? Amore? Perdono? Cosa?
Lei non rispose. Piangeva in modo scomposto, tirando su col naso.
Lui si avvicinò al tavolo. Prese la mazzetta di banconote, la spinse verso di lei.
— Prendili. Sistema il tetto, la stufa. Sessantacinquemila non mi cambiano niente. Ma non tornare.
Lei prese i soldi. Le mani tremavano così forte che la fascetta si ruppe e alcune banconote caddero per terra. Si chinò a raccoglierle, una a una, con fatica.
— Tornerò — disse piano. — Non per i soldi. Per te.
— Troppo tardi.
Lei si alzò, si abbottonò il cappotto. Lo guardò ancora un istante, poi si diresse alla porta. E di nuovo vide quella schiena. Ora curva, stanca, ma sempre la stessa. La schiena di una madre che se ne va. La porta sbatté. I passi si persero nel vialetto.
Lui si sedette al tavolo. Prese il foglio con il conto, lo appallottolò, lo gettò nel camino spento. Accese un fiammifero. Il fuoco divorò la carta in pochi secondi. Rimase la cenere.
Poi, senza accorgersene, cominciò a piangere. Non piangeva da trent'anni, da quel giorno in cui, a sette anni, stava alla finestra dell'orfanotrofio a guardare la corriera che si allontanava.
Il giorno dopo telefonò in paese. Chiese di lei, dell'indirizzo, delle condizioni della casa. Seppe che il tetto era in pessimo stato, che la stufa era rotta da due inverni, che la banca aveva mandato due solleciti. Una settimana dopo, un camion si fermò davanti alla sua casa. Scesero quattro operai. Scaricarono travi di legno, coppi nuovi, cemento, una stufa a pellet. Lei uscì sul gradino.
— Chi vi manda? — chiese al caposquadra.
— Non posso dirlo.
— Ditemelo. È mio figlio?
L'uomo esitò, poi fece un cenno d'assenso con il capo.
Lei rimase ferma a guardare gli operai che scaricavano. Poi rientrò. Dalla finestra si vedeva che si era seduta su una sedia vicino alla vecchia stufa spenta, immobile.
Nella sua villa sul lago, Marco restò alla scrivania fino a sera. Sul foglio davanti a lui, accanto alla tazzina vuota, c'era ancora il taccuino con l'indirizzo del paese, scritto di suo pugno la notte prima. Lo prese, lo girò tra le dita, ne seguì il bordo con il pollice. Non lo strappò. Lo ripiegò in due e lo infilò nel cassetto della scrivania, sotto la cartellina trasparente ormai vuota.
Si alzò, andò alla finestra. Il camino, alle sue spalle, conservava ancora un filo di cenere sul fondo, mossa appena da una corrente d'aria. Fuori, il vento aveva smesso di piegare gli ulivi. L'acqua del lago, sotto l'ultima luce, era diventata quasi nera.
