La prima notte, Milo svegliò il suo padrone alle tre spaccate. Non con un miagolio, non con le unghie. Semplicemente appoggiò una zampa sulla sua guancia, con una delicatezza quasi irreale per un gatto. Daniele aprì gli occhi di scatto, il cuore che batteva all'impazzata nel buio della stanza. Vide solo due occhi verdi che lo fissavano a pochi centimetri dal viso. La gatta, un soriano tigrato con una macchia color caramello sul muso, ritrasse la zampa e rimase immobile, come una piccola sfinge sul cuscino.
"Cosa diavolo vuoi?" borbottò Daniele, con la voce impastata dal sonno. Erano solo due anni che viveva da solo in quell'appartamento di periferia a Bologna, ma gli sembrava un'eternità. Dopo che Elena se n'era andata, portandosi via i mobili del soggiorno e la voglia di parlare, il silenzio era diventato la sua coperta preferita. Milo era arrivata un mese dopo, trovatella di un temporale di novembre, e aveva riempito quegli spazi vuoti senza chiedere niente in cambio. Non miagolava mai senza motivo, non graffiava i divani. Era una coinquilina silenziosa, perfetta per un uomo che aveva dimenticato come si risponde al telefono.
Daniele si alzò, camminando a piedi nudi sul pavimento gelato di febbraio, e andò in cucina. La ciotola del cibo era piena. L'acqua anche. La lettiera era pulita. Milo lo seguì, si strofinò contro il suo polpaccio, poi si sedette davanti alla porta-finestra che dava sul balcone e lo guardò. Daniele non capì. Tornò a letto, convinto che fosse un capriccio. Il giorno dopo aveva un progetto da consegnare, un sito web da finire. Non aveva tempo per le stranezze di un gatto.
La seconda notte, Milo tornò alle tre. Questa volta Daniele aveva chiuso la porta della camera da letto. La gatta iniziò a grattare il legno con una costanza meccanica, due colpi, pausa, due colpi. Non era un grattare isterico. Era un segnale. Daniele si mise il cuscino sulla testa, imprecando contro tutte le associazioni animaliste. Alle quattro, quando finalmente smise, era talmente nervoso che non riuscì più a chiudere occhio.
Al terzo giorno vagava per casa come uno zombie. Versò il caffè fuori dalla tazzina, sbagliò due righe di codice, fissò lo schermo senza vedere nulla. Verso sera incontrò la signora Adele, la sua vicina del piano di sotto, una donna anziana con la passione per i gatti e il vizio di origliare sul pianerottolo.
"Adele, il suo gatto la sveglia mai di notte?"
Lei lo guardò con quei suoi occhi da furetto, appoggiandosi al bastone. "Certo che mi sveglia. Una volta mi ha svegliato per tre ore di fila. Avevo dimenticato la pentola sul fuoco. La cucina era piena di fumo. Se un animale ti chiama, ragazzo mio, non devi arrabbiarti. Devi andare a vedere cosa vuole mostrarti."
La terza notte, Daniele era preparato. Restò sveglio al buio, nel suo letto, con le lenzuola aggrovigliate e lo sguardo fisso sul soffitto. Alle tre in punto, il muso di Milo comparve sulla soglia della camera. Questa volta non grattò. Si avvicinò al letto, saltò sul materasso con un balzo felpato, e ricominciò il suo rituale: zampa sulla guancia. Ma quando Daniele accese la luce, nei suoi occhi verdi vide qualcosa di diverso. Un'urgenza che non era fame, non era noia.
"Va bene," sussurrò. "Fammi vedere."
Milo saltò giù e lo condusse nel disimpegno buio. Non in cucina. Non in salotto. Si fermò davanti allo stanzino delle scope, quasi invisibile nella penombra del corridoio. La porta era accostata, chiusa male. Di solito Daniele la teneva sempre chiusa a chiave, perché dentro c'erano detersivi e veleni. Doveva aver dimenticato di girarla. La gatta iniziò a grattare la base del telaio, facendo un verso basso, strozzato, che Daniele non le aveva mai sentito fare.
Spalancò la porta. Lo stanzino era minuscolo, pieno di scatoloni accatastati e odore di candeggina. In un angolo, dietro una pila di vecchi giornali e lo stendino piegato, vide la grata dell'aerazione. Era una di quelle vecchie grate a muro in alluminio, che davano su un cavedio interno del palazzo. Si era staccata in parte, le viti arrugginite avevano ceduto. E dietro quella grata, intrappolato in pochi centimetri di intercapedine, c'era un batuffolo di pelo grigio.
Un gattino. Piccolissimo. Avrà avuto tre settimane, forse meno. Era immobile, così immobile che per un secondo Daniele lo diede per morto. Poi vide un minuscolo fremito del fianco. Era incastrato, zampine posteriori bloccate in un anello di plastica di qualche imballaggio, il corpo schiacciato contro il muro del cavedio. Doveva essere entrato dal buco della grata, forse risalendo dal piano di sotto, attirato dal calore del boiler.
Milo si infilò nello spazio tra i giornali e toccò il gattino con il naso. Un leccata lieve, quasi impercettibile. Poi si girò verso Daniele e miagolò forte. Un suono straziante, pieno di supplica.
Daniele si inginocchiò. Con le dita che tremavano, spostò i giornali, scostò lo stendino. L'anello di plastica era duro, incastrato in una fessura del muro. Tirare significava rischiare di spezzare le zampette del piccolo. Afferrò la grata e la piegò con uno strattone, tagliandosi un dito sul metallo vivo. Non sentì dolore. Prese il suo mazzo di chiavi, trovò il taglierino che portava sempre con sé, e con una mano tremante iniziò a segare la plastica. Il gattino non reagiva. Non miagolava. Solo quel respiro impercettibile, come il battito d'ali di una falena.
Milo rimase lì, seduta, a guardarlo lavorare. Ogni tanto strofinava la testa contro la spalla di Daniele, come per dire: sbrigati. Daniele sudava freddo, il respiro gli si bloccava in gola. Aveva le mani troppo grandi per quello spazio angusto, continuava a sbattere le nocche contro il muro ruvido. Lavorò in silenzio per forse tre, quattro minuti. Alla fine la plastica cedette. Daniele prese il gattino, lo raccolse con due dita come se fosse di cristallo, e lo portò fuori dallo stanzino, alla luce tiepida del corridoio.
Era gelido. Non si muoveva ancora. Daniele lo massaggiò con il pollice, piano, sulla schiena macilenta. Lo strofinò con un lembo della felpa. Soffiò aria calda sul suo musino, con delicatezza, cercando di ricordare quello che aveva visto in qualche documentario. Passarono secondi interminabili. Milo si accovacciò vicino alla sua mano e cominciò a fare le fusa. Un rombo basso, profondo, una specie di preghiera felina.
E poi il gattino aprì la bocca. Un suono rauco, appena accennato. Una zampina si mosse, tentando di aggrapparsi al pollice di Daniele. Era vivo. Vivo. Daniele tirò un sospiro così lungo che i polmoni gli fecero male. Milo si alzò, annusò il piccolo, gli diede una leccata vigorosa sul cranio e poi, con una calma assoluta, si mise a leccarsi una zampa. Missione compiuta.
Daniele si sedette sul pavimento del corridoio, con la schiena contro il muro. Teneva il gattino nel palmo, appoggiato sul petto, per scaldarlo. Per la prima volta dopo mesi, sentì qualcosa rompersi dentro. Non in modo doloroso. Come quando rompi un vetro appannato e finalmente riesci a vedere fuori. Aveva passato due anni a costruire muri. A non rispondere alle chiamate di suo padre. A mandare messaggi monosillabici a sua sorella. A godersi il silenzio che tanto aveva cercato. E in quel silenzio aveva quasi perso la capacità di sentire l'urgenza di un altro essere vivente.
Quella notte non dormì. Alle otto del mattino era già seduto nella sala d'aspetto del pronto soccorso veterinario in via San Donato, con un gattino avvolto in una sciarpa di cashmere dentro una scatola da scarpe e una gatta soriano nel trasportino. La veterinaria, una ragazza dai capelli blu, lo rassicurò: il piccolo era disidratato e denutrito, ma fuori pericolo. "È un miracolo che l'abbiate sentito," disse. "Senza la sua gatta, non sarebbe sopravvissuto alla notte."
Quando tornò a casa, sistemò il gattino in una cesta con una borsa dell'acqua calda, su una mensola lontana dagli spifferi. Milo si accucciò di fianco alla cesta, come una sentinella, anche se ogni dieci minuti si addormentava, stremata dalla veglia delle notti precedenti.
Daniele rimase in piedi a guardarli dormire per un pezzo. Poi, senza pensarci troppo, prese il telefono. Cercò il numero di suo padre. Era il primo pomeriggio, e di solito a quell'ora dormiva ancora per via del turno di notte in fabbrica. Ma non voleva mandare un messaggio. Voleva chiamare.
Il telefono squillò. Una, due, tre volte.
"Pronto?" rispose la voce assonnata di suo padre.
"Papà." Daniele fece una pausa. La gola gli faceva un po' male. "Ciao. Come stai? Hai tempo per un caffè?"
Non parlò di gatti, di grate e di notti insonni. Ma mentre ascoltava le risposte sconnesse di suo padre, guardava Milo e il suo trovatello, e pensava che, alla fine, bastava davvero poco per salvarsi. Bastava smettere di dormire e cominciare ad ascoltare. La porta dello stanzino la riparò il giorno dopo, con le viti nuove. Ma la porta della camera da letto, quella non la chiuse mai più.
