Non ho mai saputo che faccia avesse mia madre. Sono cresciuto così, e per anni ho creduto che fosse normale non saperlo. A Brindisi, nell'istituto dove sono stato cresciuto, c'era una suora, suor Agata, che ripeteva sempre: "Chi non si affeziona non si fa male." L'ho presa come una regola di vita. L'ho applicata per trent'anni.
Mi chiamo Dario. Ho quarantatré anni adesso, faccio l'elettricista, e quando penso a come sono arrivato qui — a questa cucina, a questa donna che mi aspetta ogni sabato al cancello — capisco che tutta quella regola non valeva niente.
Da piccolo, quello che mi faceva più male non erano i vestiti smessi degli altri bambini, né il fatto che non avevo la bicicletta che avevano loro. Era la domenica. Quando i genitori venivano a prendere gli altri e io restavo alla finestra a guardare i cancelli che si aprivano e si chiudevano. Mi chiedevo come doveva sentirsi uno che aveva qualcuno che veniva apposta per lui.
Ho imparato presto a lavarmi i vestiti da solo, a contare i pochi soldi che avevo, a non aspettarmi niente da nessuno. Funzionava, quella regola. Fino a quando ho incontrato Rosanna.
L'ho conosciuta a ventotto anni, in un cantiere dove suo cugino lavorava con me. Lei faceva la cassiera in un supermercato vicino a Lecce. Una ragazza tranquilla, di un paese dell'entroterra, con due occhi che non ti giudicavano mai. Ci siamo messi insieme quasi subito. Dopo due anni ci siamo sposati, una cosa piccola, giugno, quaranta persone sotto un pergolato di uva ancora acerba.
Prima del matrimonio, Rosanna mi ha portato a conoscere i suoi genitori. Io ero più agitato di quanto volessi ammettere.
— E se non gli piaccio?
— Mia madre ti adorerà. L'unica cosa, non dirle che non hai fame. Se la prende come un affronto personale.
Alla casa dei suoi, in campagna, c'era ad aspettarci al cancello una donna sulla sessantina, grembiule sopra il vestito, i capelli raccolti male sotto una forcina. Si chiamava Carmela.
Mi ha guardato un secondo, poi ha detto:
— Dai, entrate, che si fredda tutto.
Due parole semplici. Per lei magari non significavano niente di speciale. Per me sono state come una porta che si apriva dopo trent'anni.
A tavola continuava a riempirmi il piatto.
— Prendi ancora un po' di quella parmigiana.
— Grazie, basta così.
— Come basta, sei un armadio e mangi come un passerotto.
Quella sera ho riso a tavola come non ricordavo di aver riso mai. Nessuna fretta, nessun orologio da controllare.
Dopo il matrimonio, con Carmela il rapporto è diventato una cosa sua, separata da Rosanna. Quando andavamo a trovarli, lei non chiedeva mai prima: "Come sta Rosanna?" Chiedeva a me:
— E tu come stai? Dormi?
Se cucinava qualcosa di buono, chiamava direttamente me.
— Dario, ho fatto le orecchiette al forno. Venite prima che se le mangi tuo suocero.
Se stavo male, mi mandava il brodo con un contenitore di plastica che poi voleva riavere indietro, lavato. Se mi vedeva stanco, mi sgridava.
— Lascia un po' quel lavoro, che i soldi non servono a niente se ti ammali.
Le dicevo scherzando:
— Mamma Carmela, mi sgrida più di quanto sgrida Rosanna.
— Perché tu da piccolo non avevi nessuno che ti sgridasse. Recupero adesso.
Ridevamo. Ma io sapevo che dietro quella battuta c'era qualcosa che mi era mancato per tutta la vita: qualcuno che si preoccupava di me.
Quando è nata nostra figlia, Nadia, sono passato per uno dei periodi più difficili. Lavoravo tanto, dormivo poco, avevo paura costante di non essere capace di essere un padre. Una sera, dopo che la bambina si era addormentata, Carmela mi ha trovato seduto da solo sul muretto dell'orto, con le mani incrociate tra le ginocchia.
— Che hai?
— Niente.
— A me non mi freghi.
Ho sospirato.
— Ho paura di sbagliare con lei. Io non ho avuto un padre, non ho avuto una madre. Da dove dovrei saperlo, come si fa?
Lei si è seduta vicino a me, sul muretto freddo.
— Ascoltami. Tu sei già un buon padre.
— E come lo sapete?
— Perché hai paura di non esserlo. Chi non gliene importa niente, mica ha questa paura.
Poi mi ha messo una mano sulla spalla.
— Quella bambina non ha bisogno di un padre perfetto. Ha bisogno di sapere che il padre resta.
Quella parola mi ha colpito dritto in petto. "Resta." Esattamente la cosa che a me non era mai capitata.
Da quella sera ho iniziato a guardare quella donna con occhi diversi. Non più come la madre di mia moglie. Ma come una persona che, senza neanche volerlo, mi stava curando ferite vecchie di trent'anni.
Gli anni sono passati. Carmela ha cominciato a invecchiare. Prima le ginocchia, poi la pressione, poi non poteva più andare da sola dal medico. Ero io quello che la portava.
— Lascia, Dario, che vado con il pullman.
— Non andate da nessuna parte col pullman. Alle otto sono al cancello.
— Ma perdi una giornata di lavoro.
— Voi ne avete perse abbastanza per noi. Adesso tocca a me.
Quando mio suocero Pasquale è morto d'infarto, in un pomeriggio di agosto mentre sistemava le reti del pomodoro, Carmela è rimasta sola in quella casa di campagna. Io ero quello che ci andava quasi ogni weekend. Le tagliavo la legna per l'inverno. Le riparavo il cancello che cigolava. Le portavo le medicine della farmacia di Novoli. Le facevo la spesa al mercato del sabato.
Rosanna, certe volte, mi diceva sorridendo:
— Ti sei affezionato più tu a mia madre che io.
— Tu l'hai avuta tutta la vita. Io l'ho avuta dopo, devo recuperare il tempo perso.
Un inverno, Carmela si è ammalata di bronchite ed è finita qualche giorno all'ospedale "Vito Fazzi" di Lecce. Sono andato a trovarla ogni sera, dopo il lavoro, con ancora la tuta sporca di calce. Una di quelle sere, mi ha guardato e si è messa a piangere.
— Che è successo?
— Niente, Dario…
— Allora perché piangete?
— Pensavo che io ho fatto una figlia, ma Dio mi ha dato pure un figlio.
Non le ho risposto subito. Ho guardato fuori dalla finestra, verso il parcheggio illuminato, cercando di non far vedere gli occhi lucidi. Poi le ho preso la mano, quella mano piena di vene e di crema per le articolazioni.
— Sapete una cosa? Io non ho mai avuto nessuno a cui dire "mamma."
Lei mi ha stretto la mano più forte.
— Adesso ce l'hai.
Due parole. Ma per un uomo che le aveva aspettate una vita intera, hanno significato tutto.
Oggi Carmela ha ottantatré anni. Cammina piano, con il bastone, e qualche volta mi chiama solo per cose piccole.
— Dario, quando venite?
— Sabato.
— Sicuro?
— Sicuro.
— Non dimenticare.
— Come faccio a dimenticare?
E il sabato, quando la macchina entra nella stradina sterrata tra gli ulivi, lei è già al cancello, con lo scialle sulle spalle anche a settembre. Scendo io per primo, sempre. L'abbraccio e le dico:
— Come state, mamma?
E lei sorride.
Per gli altri è mia suocera. Per me, quella parola non significa niente di quello che dovrebbe significare da tempo.
Non so se mia madre naturale è ancora viva. Non so dove sia. Non so se ci siamo incontrati per strada, da sconosciuti, senza riconoscerci. Ma ho smesso di cercare risposte.
Tre settimane fa Carmela è caduta in cucina, da sola, mentre scaldava il caffè. Niente di grave, un livido sul fianco, ma è bastato per farmi capire una cosa che girava nella testa da un po'. Quella casa di campagna, con le crepe nei muri e il tetto che perde quando piove forte, non è più un posto sicuro per una donna di ottantatré anni che vive sola.
Rosanna voleva portarla da noi, in città, in salotto, su un divano letto. Io no. Le ho detto chiaro, davanti a un caffè che si era già freddato:
— Tua madre in salotto non ci sta bene. Ha bisogno di una stanza sua, di un bagno dove non deve salire gradini, di qualcuno che la senta se chiama di notte.
Ho tirato fuori i conti che avevo fatto da solo, la sera, al tavolo della cucina, con la calcolatrice del telefono. Ho venduto il furgone Fiorino che usavo per il lavoro — ne avevo un altro più vecchio, bastava — e con i settemila euro, più i risparmi messi via in sei anni per rifare il tetto di casa nostra, ho comprato e sistemato un piccolo appartamento al piano terra, proprio dietro l'angolo di dove abitiamo noi, a Novoli. Un bagno senza vasca, solo doccia a filo pavimento. Una cucina piccola ma sua.
Carmela non voleva saperne.
— Non vi do fastidio, Dario. Resto a casa mia.
— Non è fastidio. È una cosa che decido io, come decidete voi quando mi riempite il piatto senza chiedermi se ho fame.
Le ho messo in mano le chiavi, quelle nuove, ancora lucide, con l'etichetta di plastica dell'agenzia immobiliare che non avevo tolto. Gliele ho messe io, chiuse dentro il pugno.
— Queste sono vostre. Non mie, non di Rosanna. Vostre.
Ha pianto, certo. Ma ha firmato il contratto d'affitto che le ho fatto fare a nome suo — non voleva che fosse un regalo, voleva pagare un affitto simbolico, cinquanta euro al mese, "per sentirsi ancora padrona di qualcosa" — e si è trasferita un sabato di settembre, con due scatoloni e la credenza di suo marito che non ha voluto lasciare indietro per niente al mondo.
Adesso, quando torno dal lavoro, faccio sempre il giro più lungo, quello che passa davanti alla sua porta. La luce della cucina è quasi sempre accesa. Busso due colpi, come facevo io da piccolo quando bussavo alle porte degli altri bambini per giocare, aspettando un sì.
— Chi è?
— Sono io, mamma.
— Entra, che il caffè è pronto.
E io entro. Senza aspettare risposta, perché adesso so che c'è sempre.
