Mamma, darei davvero qualsiasi cosa per sentirti ancora chiamare il mio nome. Nella tua voce suonava diverso da come lo pronuncia chiunque altro. Caldo. Sicuro. Come se in quella sola parola ci fosse tutto: la premura, la vicinanza, la certezza che per qualcuno io contassi davvero qualcosa.
Oggi è rimasto il silenzio. E a volte è proprio quello che fa più male di tutto.
Sono le sei e mezza del mattino, a Bologna, e la moka continua a fischiare sul fornello anche se ormai la verso in una tazza sola. Mi manca la tua risata, quella che partiva da sola a tavola senza motivo. Mi manca il modo in cui riuscivi a rendere più leggera anche la giornata più storta solo perché eri lì, seduta accanto a me sul balcone, con le gambe accavallate e le pantofole di lana che portavi anche a maggio.
Mi mancano le conversazioni senza senso. Le tue domande sempre uguali — "hai mangiato?", "ti sei coperta?" — che mi facevano sbuffare e che adesso pagherei per risentire anche solo una volta. Mi manca quella sensazione che, ovunque fossi nel mondo, ci fosse sempre un posto dove tornare, e quel posto avesse il tuo odore di borotalco e ragù della domenica.
Il giorno dopo il funerale, quando tutti erano già tornati alle loro vite e in casa era rimasto solo il ticchettio della sveglia sul tuo comodino, ho deciso di riordinare la cucina. Il cassetto in basso, quello che non chiudeva mai bene perché la guida di legno si era incastrata anni prima, si è bloccato a metà come sempre. Ho dovuto tirarlo con uno strattone secco, e ci sono finita quasi seduta per terra, con le ginocchia contro l'anta e la moka che nel frattempo aveva iniziato a bruciare sul fuoco alle mie spalle — il caffè che evaporava fino a lasciare solo l'odore amaro di metallo bollente, e io che non mi sono alzata per spegnerla.
In fondo al cassetto, sotto i canovacci rammendati, c'era una busta con scritto il mio nome, con quella tua grafia storta che pendeva sempre verso destra. Dentro, il libretto di una piccola assicurazione — millecinquecento euro esatti, segnati in rosso sull'ultima pagina — e un foglio scritto a matita, mezzo cancellato dove avevi bagnato la punta per farla scrivere meglio: "Per quando avrai bisogno, non per il funerale, quello l'ho già messo da parte."
Ho riletto quella frase forse dieci volte, seduta sul pavimento della cucina, con la moka ormai vuota e fumante alle mie spalle.
Per tre mesi quella busta è rimasta nel primo cassetto del mio comò, sotto le lenzuola di scorta, e io ho continuato a prenderla in mano e rimetterla a posto. C'erano sere in cui pensavo: userò quei soldi per il bollo dell'auto, tanto a lei non importerebbe. Altre in cui mia cugina Elisa, con cui dividevi il conto delle bollette condominiali, mi ha detto chiaro che quei soldi erano "roba che andava divisa, non tenuta lì a prendere polvere". Ho discusso con lei al telefono una sera di settembre, con la busta aperta sul tavolo della cucina tra noi due, io che continuavo a spostarla più vicino a me ogni volta che alzava la voce.
Non le ho risposto subito. Ho aspettato altre due settimane, controllando ogni giorno il saldo del mio conto corrente, come se i millecinquecento euro di mamma potessero sciogliersi tra i miei se li avessi lasciati lì troppo a lungo.
Martedì scorso, alle dieci e un quarto del mattino, sono entrata nella filiale della Banca Popolare di via Indipendenza, quella con la saracinesca verde dove mamma andava a ritirare la pensione ogni primo del mese. Ho chiesto di aprire un conto nuovo, solo a mio nome, e ho versato quella cifra esatta — millecinquecento euro — leggendola ad alta voce all'impiegata mentre compilava il modulo, come se pronunciarla fosse l'unico modo per renderla reale. Non l'ho toccata da allora, e non la toccherò. Ho detto a Elisa che quei soldi restano lì, fermi, intestati a me, e che se le servono delle spiegazioni può venirle a chiedere direttamente in banca.
Sono tornata a casa con la ricevuta piegata in tasca. Ho preso la busta vuota, quella con la tua scrittura storta, e l'ho infilata in una cornice vuota che tenevo in un cassetto, sopra il comò, accanto alla tua foto del mare di Rimini del 1998. L'ho sistemata storta, un po' di traverso, perché quando ho provato a raddrizzarla continuava a scivolare, e alla fine ho lasciato perdere.
Sul fornello, la moka era ancora lì, bruciata fino al fondo, con un filo di fumo nero che usciva dal beccuccio. Non l'ho lavata subito. Mi sono seduta al tavolo della cucina, davanti alla cornice storta e alla moka vuota, e sono rimasta così, senza versare altro caffè, finché fuori non è cominciato a far buio.
