Il dazio di Nicola Bertazzoni

Mi chiamo Nicola Bertazzoni, ho quarantasette anni, e per trent'anni ho fatto in modo che nessuno, in paese, sapesse chi ero stato prima di diventare "Nicola quello della segheria". Poi un sabato di giugno, un fuoristrada nero si è fermato davanti al mio cancello, e ne è sceso Sergio Ferraresi.

Devo dirlo subito: non ero sorpreso che fosse lui a comprare casa mia. Ero sorpreso di quanto, vedendolo scendere da quella macchina lucida con le scarpe sporche di polvere dopo tre chilometri di sterrato, mi fosse tornato tutto addosso in un attimo solo — non un ricordo, proprio la sensazione fisica di avere undici anni e la cartella troppo pesante sulle spalle.

A Vallombra, la mia scuola media era un edificio di mattoni rossi con il cortile che si allagava ogni autunno. Io ci arrivavo a piedi da una casa popolare vicino al deposito degli autobus, con occhiali tenuti insieme da un pezzo di nastro isolante blu perché mia madre, che faceva le pulizie proprio in quella scuola, non aveva i soldi per farmeli aggiustare. Balbettavo. Non sempre — solo quando ero nervoso, cioè quasi sempre, perché in classe ero nervoso di continuo.

Sergio invece arrivava con la Vespa del padre parcheggiata fuori, un ingegnere della provincia che gestiva gli appalti delle strade. Aveva le Nike vere, non quelle finte comprate al mercato, e un modo di camminare per i corridoi come se li avesse pagati lui. Non era cattivo per natura, credo — era solo uno che aveva capito presto che ridere di me gli faceva guadagnare risate degli altri, e alla sua età quello vale più di qualsiasi altra cosa.

Mi chiamava "Nick-Nick-Nicola", scandendo la balbuzie apposta davanti a tutti. Una volta mi ha nascosto lo zaino nel cassonetto dietro la palestra, e io sono tornato a casa senza libri e ho detto a mia madre che li avevo dimenticati, perché raccontarle la verità mi sembrava peggio della bugia. Un'altra volta, durante la gita a Ravenna, ha convinto tre compagni a non sedersi vicino a me sul pullman "perché puzzo di straccio", diceva. Io stavo zitto. Avevo imparato che parlare peggiorava sempre le cose, e la balbuzie faceva il resto.

A quattordici anni mia madre ha trovato lavoro in una cooperativa agricola vicino a San Vito sul Cesano, un paesino sul fiume dove nessuno sapeva niente di me. Ci siamo trasferiti in due settimane. Non ho salutato nessuno. Ho lasciato Vallombra come si lascia un dolore ai denti — sollevato, senza voltarmi indietro.

Lì sono cresciuto di nuovo, in un certo senso. La balbuzie è quasi sparita con una logopedista pagata a rate. Ho lavorato d'estate nella segheria di un cugino di mia madre, e a ventitré anni gliel'ho rilevata quando lui è andato in pensione. Ho sposato Marisa, che faceva la maestra elementare al paese, e ho comprato — con un mutuo di ventidue anni, pagato fino all'ultima rata due estati fa — questa casa in tronchi vicino al fiume, quella con il portico che ho rifatto io stesso l'anno che è nato mio figlio.

Marisa è morta tre anni fa. Un tumore al pancreas, otto mesi dalla diagnosi alla fine. Mio figlio Andrea si è laureato in ingegneria a Bologna e ha trovato lavoro fisso a Torino, in un'azienda che fa componenti per l'automotive. Vuole che vada a vivere vicino a lui. Io continuo a dirgli di sì, e continuo a rimandare, finché un giorno mi sono guardato allo specchio del bagno e ho capito che questa casa, senza Marisa dentro, è solo un posto dove aspetto qualcosa che non arriva più. Ho messo un annuncio dall'agenzia di Pesaro. Ho chiesto un prezzo basso perché volevo vendere in fretta, prima che cambiassi idea.

E così, quel sabato, mi sono trovato davanti Sergio Ferraresi, con la mano già tesa per stringere la mia, che si bloccava a mezz'aria mentre negli occhi gli passava lo stesso riconoscimento che stava passando nei miei.

— Nicola. Si può dire semplicemente Nicola — ho detto, e ho sentito la vecchia esitazione tornarmi in gola sulla N, come un'eco da un corpo che avevo creduto di essermi lasciato alle spalle per sempre.

Lui è rimasto impalato sul cortile, con lo sguardo che andava dal mio viso alla casa, dalla casa al fiume, come se cercasse un punto d'appoggio. Poi ha detto, con quella voce che ricordavo troppo bene: — Nick… Nicola Odinzov? No, aspetta, come ti chiamavi… Bertazzoni?

— Mia madre si è risposata quando avevo sedici anni. Ho preso il cognome del patrigno.

Silenzio. Lontano, sul greto, un cane del vicino, il Labrador di Osvaldo, abbaiava a qualcosa nell'acqua. L'odore era quello di sempre a giugno — erba tagliata, resina di pino calda al sole, un accenno di pesce dal fiume.

Sergio si è passato una mano sulla nuca. — Senti, io… trent'anni sono tanti. Eravamo ragazzini stupidi.

Non ho risposto subito. Ho pensato a mia madre che piegava le divise nel ripostiglio della scuola con le mani screpolate dalla candeggina, mentre suo figlio veniva chiamato "straccio" da un ragazzino con le Nike vere. Ho pensato che avrei potuto dirgli tante cose, e che in fondo non ne avevo voglia nessuna: non era rancore quello che sentivo, era solo la sorpresa fredda di ritrovarsi faccia a faccia con chi si era già archiviato.

— Vuoi ancora vedere la casa? — gli ho chiesto. Perché in fondo, gli affari sono affari, e io volevo solo vendere e andarmene da Torino da mio figlio prima di Natale.

Lui ha annuito, ma qualcosa nel suo modo di muoversi era cambiato — più rigido, più attento, come chi cammina su un pavimento di cui non si fida più. Gli ho fatto vedere il tetto rifatto tre anni fa, l'impianto elettrico a norma, il pozzo con la pompa nuova. Ha fatto domande da uomo pratico, ha misurato le stanze col telefono, ha annotato numeri. Sul portico, però, si è fermato davanti a una foto di Marisa appesa vicino alla porta — lei che ride, con un cesto di more in mano — e per un attimo ha perso il filo del discorso.

— Tua moglie? — ha chiesto.

— Se n'è andata tre anni fa.

— Mi dispiace.

L'ho guardato bene, in quel momento. Non c'era più niente del ragazzo con la Vespa e le scarpe firmate. C'era un uomo di quarantasette anni, con le tempie grigie, che stava comprando una casa in un posto sperduto probabilmente per fuggire da qualcosa lui stesso — un divorzio, un lavoro che non gli piaceva più, chissà. Non gliel'ho chiesto. Non era affar mio.

Abbiamo chiuso l'affare tre settimane dopo, dal notaio di Pesaro: centoquarantacinquemila euro, pagamento in un'unica soluzione, atto firmato il 14 luglio. Ho tenuto per me la busta con la foto di Marisa e le more, il resto l'ho lasciato: mobili, attrezzi, persino la barca a remi ormeggiata al piccolo pontile — tutto compreso nel prezzo, perché non volevo portarmi dietro niente di pesante nella vita nuova.

L'ultimo giorno, prima di consegnargli le chiavi, Sergio è arrivato con un'ora di anticipo. L'ho trovato seduto sui gradini del portico, da solo, a fissare il fiume.

— Nicola — ha detto, senza alzarsi — quella storia della gita a Ravenna. Il pullman. Me la sono ricordata ieri notte, di colpo, mentre non riuscivo a dormire.

— Sono passati trent'anni, Sergio.

— Lo so. Ma volevo dirtelo lo stesso: mi dispiace. Davvero.

Non gli ho detto che andava tutto bene, perché non era vero, e non gli ho detto che ancora mi faceva male, perché non era vero neanche quello. Gli ho semplicemente porto le chiavi, quel mazzo pesante con il ciondolo di legno che Marisa aveva intagliato lei stessa la prima estate qui, a forma di piccola trota.

— Tienile con cura — ho detto. — La porta della cantina si blocca se non giri prima a destra.

Lui ha stretto le chiavi nel pugno, ha annuito senza dire altro, e io sono salito in macchina — la mia vecchia Panda con centonovantamila chilometri sul contachilometri — carica delle poche cose che avevo scelto di portare a Torino. Nello specchietto, mentre uscivo dal cortile sullo sterrato, l'ho visto ancora lì, fermo sul portico di quella che ormai non era più casa mia, con le chiavi in mano e il fiume che scorreva dietro di lui, esattamente come aveva sempre fatto, con o senza di noi due dentro quella storia.

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