— Domani fai sparire quel gatto da casa, — disse Roberto con una calma fredda, come se parlasse di una sedia rotta e non di una creatura viva che da tre anni dormiva ai piedi del letto.
Anna stava togliendo dal forno una teglia di patate quando sentì la chiave girare nella serratura. Roberto era rientrato tardi, come sempre dopo le riunioni del giovedì. Posò le chiavi sul mobile con un colpo secco.
Sul tavolo della cucina, accanto alle briciole di pane, sedeva Nino, un gatto grigio con una macchia bianca sul petto. Si leccava la zampa con la dignità di un piccolo principe.
— Di nuovo sul tavolo, — disse Roberto.
Anna lo prese in braccio, lo strinse un attimo e lo posò a terra. Nino saltò sul davanzale e guardò fuori, dove le foglie d’ottobre giravano sotto il lampione.
— Domani lo porti via, — ripeté Roberto. — Da tua sorella, al gattile, dove vuoi. Non mi interessa.
Anna si voltò lentamente.
— Non ti interessa?
— No. Sono tre anni che sopporto peli ovunque, ciotole, lettiere, graffi. Basta. O il gatto o io.
La cucina diventò silenziosa. Nino girò la testa verso Anna, come se avesse capito il tono.
Lei richiuse con cura il sacchetto dei croccantini. Poi guardò suo marito.
— Va bene. Ho capito.
Roberto pensò che fosse finita lì.
Quella notte dormì male. Nino faceva le fusa ai piedi di Anna e quel suono lo irritava. Gli sembrava che in quella casa perfino il gatto avesse più posto di lui. Ma la verità era un’altra: Roberto voleva avere l’ultima parola su tutto.
Tre anni prima Anna aveva trovato Nino sotto la pioggia, vicino ai bidoni. Piccolo, magro, con un orecchio graffiato. Roberto aveva detto: solo per una notte. Poi: basta che non salga sul divano. Poi: basta che non entri in camera.
Ogni limite era caduto. Ma non per colpa del gatto. Perché Anna, con lui, aveva ritrovato una tenerezza che in casa mancava da tempo.
Al mattino, Roberto trovò due valigie nell’ingresso.
Le sue.
Accanto c’erano camicie, documenti, rasoio e caricabatterie.
— Che significa? — chiese.
Anna era in piedi vicino alla porta. Nino sedeva accanto a lei.
— Mi hai detto: o il gatto o io.
Roberto rise nervosamente.
— E tu scegli il gatto?
— No. Scelgo me stessa. Il gatto è solo quello che ti ha fatto mostrare chiaramente chi sei diventato.
Lui sgranò gli occhi.
— Vuoi buttare via un matrimonio per un animale?
Anna scosse la testa.
— No, Roberto. Tu lo hai consumato ogni volta che sei entrato in casa trattandomi come una cameriera. Ogni volta che hai deciso senza chiedere. Ogni volta che hai chiamato “capriccio” qualcosa che per me era importante.
— Stai esagerando.
— È quello che dici sempre quando finalmente parlo.
Roberto prese il cappotto e uscì, convinto che lei lo avrebbe richiamato. Ma Anna non lo fece.
Passò una settimana. Roberto stava da un collega. All’inizio raccontò che sua moglie era impazzita per un gatto. Poi, una sera, si ritrovò davanti a un piatto pronto comprato al supermercato e capì che non gli mancava solo la casa. Gli mancava una donna che per anni aveva dato tutto senza chiedere quasi nulla.
Tornò con un mazzo di fiori.
Anna aprì con la catenella inserita.
— Posso entrare?
— Puoi parlare.
— Mi dispiace.
— Per Nino?
Roberto guardò il gatto, che lo osservava dal corridoio.
— Anche. Ma soprattutto per te.
Anna rimase in silenzio.
— Credevo che comandare fosse avere una famiglia ordinata, — disse lui. — Invece ho solo fatto paura a casa mia.
Anna abbassò gli occhi. Non sorrise. Non corse ad aprire.
— Se vuoi tornare, dovrai imparare a chiedere. A rispettare. E Nino resta.
Roberto annuì.
— Lo so.
Quella sera non rientrò. Anna chiuse la porta, preparò una tisana e si sedette sul divano. Nino le saltò in grembo.
Lei lo accarezzò e pianse piano.
Non perché avesse scelto un gatto al posto di un marito.
Ma perché, grazie a quel gatto, aveva finalmente smesso di scegliere sempre contro se stessa.
A volte non è l’animale a rovinare una casa. A volte mostra solo la crepa che gli altri fingevano di non vedere.
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